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| Vari
Appartamenti in locazione |
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Tra i villaggi della
feconda e ridente Valpolicella, quello di Castelrotto
è, oggi, uno dei più umili, pur restando
per la sua favorevole posizione uno dei più ameni,
situato com'è al vertice d'un poggio che s'alza
isolato allo sbocco delle vallate di Marano e di Fumane,
declinando con lieve pendio verso la pianura che l'Adige
bagna col suo corso sinuoso prima di toccare le rosse
mura di Verona romana, scaligera e veneta.
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| Ma
l'umiltà odierna non deve trarre in inganno: tra i centri
della Valpolicella, Castelrotto è uno dei più
antichi e storicamente più importanti. Il castello è
scomparso; ma la cinta che ne rimane, nel punto più alto
del colle, è insieme una corona di nobiltà e una
testimonianza della funzione militare che s'è esercitata,
fin dai tempo romani e per tutto il Medioevo, in tutte le guerre,
e furon molte, combattute intorno a Verona. Ma quando alle minacce
delle invasioni barbariche, alle lotte di Comune e di Signoria,
subentrò il saggio e tranquillo governo della Serenissima
Repubblica di Venezia, anche sul colle di Castelrotto cominciarono
a spirare aure più propizie e più benigne. Perchè
l'avvento della Serenissima, recando la pacificazione degli
animi e quindi la sicurezza nelle campagne, coincide con l'inizio
della villeggiatura, la quale prenderà in Valpolicella,
terra fertile e bella ed assai prossima alla città, un
grande sviluppo. Ed è proprio a Castelrotto, per merito
di un umanista insigne, il dottissimo maestro Guarino, che noi
ne troviamo il primo esempio. Siamo nel 1419, anno di peste.
Chi può, abbandona la città e si rifugia in campagna.
Ma è da credere che non molti abbiano avuto questa possibilità,
chè ville ancora non c'erano, o ben poche. IL Guarino
fu fortunato, chè proprio l'anno prima la moglie Taddea
Cendrata gli aveva portato in dote una bella e comoda casa,
con un podere, posta a Castelrotto, nella contrada di San Giusto,
in posizione stupenda per godere un vastissimo panorama che
andava dalle torri di Verona alle lontane vette del Baldo, dalle
rive dell'Adige ai pianori dei Lessini, che chiudono a settentrione
la Valpolicella. |
| Questa casa
esiste sempre, ma è oggi una vasta ed elegante villa
consacrata al culto delle memorie poetiche, dopo che Cesare
e Vittorio Bettoleni - alla cui famiglia appartiene tuttora
- l'hanno lungamente abitata ed amorosamente cantata, ospitando
altri poeti di maggior grido quali Aleardo Aleardi e Giosuè
Carducci. |
| Della originaria costruzione
quasi non v'è più traccia, dopo le trasformazioni
e gli ampliamenti compiuti dai Betteloni, specie in questi ultimi
due secoli. Ma poiché la storica dimora non ha fatto
che guadagnare in comodità ed in bellezza, non si può
che farne lode ai proprietari e trarne motivo di consolazione
di fronte alla rovina cui, per incuria ed abbandono; vediamo
condannate altre e ben più stupende ville della stessa
Valpolicella, e proprio quelle dove l'arte del costruire e del
decorare; in quell'aureo secolo che fu il Cinquecento, aveva
dato i migliori saggi. La casa che Guarino Guarini andò
ad abitare nell'estate del 1419 era stata acquistata da suo
suocero Nicolò Cendrata nel 1390 dai tutori dei figli
minori di Cortesia Serego, lo sventurato capitano scaligero
che, battuto dai Padovani nella battaglia delle Brentelle, era
morto in prigionia a Monselice. Verso il Serego, che con loro
s'era anche imparentato sposando in prime nozze Lucia figlia
di Cansignorio, i principi Scaligeri erano stati motto prodighi
di donazioni, tanto che tra le case e terre recate in dote da
Lucia, o tra quelle regalate a Cortesia da suo cognato Antonio
nel 1381-82, può darsi vi fosse anche il podere di Castelrotto,
il quale sarebbe così di provenienza scaligera. La casa,
costruita intorno alla metà del Trecento, aveva la pittoresca
facciata, tipica nelle costruzioni rurali della Valpolicella,
col portico nel piano terra e la loggia ad archi al primo piano,
con la colombaia sul lato orientate e il pozzo nel mezzo del
cortile, ch'era tutto cinto d'alte mura, nelle quali s'aprivano
un portone ad arco per l'accesso dalla pubblica strada ed uno
che metteva nei campi. Nell'interno la casa - limitata alla
sola ala orientate della Villa odierna - aveva nel piano terra,
oltre alla cucina ed alla tinaia a volto, anche un tinello o
sala, sulle cui pareti si conservano i resti di una decorazione
pittorica sicuramente trecentesca, la quale fa supporre che
proprio in questo locale il Guarino - secondo ciò che
narra nelle sue epistole - ricevesse i suoi amici umanisti trattenendoli
in dotti conversari. Al primo piano, dietro la loggia, ci dovevano
essere due stanze da letto ed una vasta sala a levante, verso
la valle, sempre secondo le descrizioni lasciateci dal Guarino
e da suo figlio Gregorio. |
| La dimora in sè
era dunque comoda, ma modesta; nè a quei tempi s'avevano
del resto grandi pretese. Il Guarino stesso, che in un primo
tempo sembra un po' contrariato per il distacco dalla città,
si mostra in seguito assai soddisfatto del tranquillo soggiorno,
tanto che scrivendo a Bartolomeo Pellegrini così si esprime:
"Questa piccola abitazione appartata e nascosta aiuta non
so come la forza del pensare, dell'inventare, dello scrivere
e spontaneamente invita agli studi nostri; credo che quando
si offre agli occhi l'amenità dei campi, il verde dei
prati, la bellezza dei colli, l'animo sia eccitato a farsi pari
e simile a queste cose che vede e ama, a immaginare e comporre
qualche cosa di ameno, di forte, di bello". Ed in un'altra
lettera, di poco posteriore, parlando della casa, il Guarino
ne fa questa descrizione, alquanto letteraria ma in sostanza
esatta: "E collocata (la casa) sopra un poggio visibile
all'intorno, non così basso da essere sprofondato nella
valle, non così alto da affaticare chi ci sale; esso
tanto è adorno di oliveti e vigneti da credere che la
natura stessa con tutta la cura e con raffinata diligenza abbia
voluto vestirlo ed abbellirlo. Che dirò dell'amenissima
vista intorno e davanti ad esso ? Da tre parti, vale a dire
da oriente, da settentrione e da occidente i saluberrimi colli,
il giocondissimo aspetto dei campi e il perenne verde chiamano
gli occhi e Li tengono fermi a vedere; a mezzogiorno si stendono
l'onda lietissima della campagna e una più aperta pianura;
non volle, credo, la natura, sottilissima autrice delle cose
e maestra diligentissima del paesaggio, che gli occhi si sdegnassero
se, a causa di quei colli quasi assegnato limite, non potessero
liberamente spaziare. Quando ti prende sazietà di vedere
campi, e quello cbe direi spettacolo terrestre, ti si presenta
quell'Adige puro e spiccante tra le verdeggianti vie, il quale
scorrendo attraverso densi boschetti e quasi lambendoli aumenta
in modo meraviglioso la voluttà del mirare or quà
or là. Chè se mai ci prende fastidio delle cose
agresti, poichè l'indole degli uomini è tale da
cercare mutamento in mezzo alle delicatezze, alza il capo la
nostra madre e vera regina, Verona, cinta di turrite mura, quasi
corona, non solo per sicurezza ma anche per dignità". |
| Questo senso vivo della
natura, questa intima gioia per la bellezza del paesaggio, questo
amore per la vita di campagna, intesa non come solitudine ed
isolamento al modo del Petrarca, ma come sereno "otium"
nutrito di studi e di antiche reminiscenze, s'aprono nel cuore
di uno tra i più grandi umanisti fin dai primi anni del
Quattrocento e su le amene colline della Valpolicella, anticipando
di un secolo e mezzo quel criterio che sarà di guida
al sommo Palladio quando, nel costruire le sue fastose ville,
e prima di tutte la celeberrima Rotonda, tenne nel massimo conto
l'apporto alla loro bellezza recato dalla posizione dominante
e dalle diverse scene, o di monte o di piano o di selva o di
città, che dalle ville stesse era dato di ammirare. Al
Guarino, poeta, i panorami incantevoli che godeva dal poggio
di Castelrotto piacevano immensamente; ma egli loda anche il
clima temperato e la fecondità della terra che gli regala
frutta di ogni specie, tra cui certi prelibatissimi fichi che
si compiace d'inviare in dono ad un amico con queste parole,
vero inno alla gioie della campagna: "Incredibile è
la soavità dei campi e la benignità degli alberi,
i quali sempre mi largiscono qualche cosa, quasi un tributo,
e mi adescano e mi trattengono qui con i loro doni". Parole
le quali, insieme alle precedenti, ci spiegano le ragioni per
cui fin dall'inizio del Rinascimento la Valpolicella è
diventata la classica plaga della villeggiatura veronese: splendore
di paesaggio, dolcezza di clima, fertilità di suolo e
vicinanza alla città. Il Guarino finisce così
per affezionarsi alla sua casetta di campagna, per recarvisi
più volte l'anno e per trattenervisi il più a
lungo possibile, invitando i suoi diletti amici a conversare
di retorica e portandovi, in tempi di pestilenza, anche i suoi
discepoli. Ma, chiamato nel 1439 alla Corte di Ferrara, a Castelrotto
egli non potrà fare in seguito che qualche raro e fugace
ritorno. La villa tuttavia rimase per lungo tempo alla sua famiglia,
di cui l'ultimo possessore fu probabilmente il cavalier Battista
Guarini, autore del Pastor Fido. Questi la cedette, sembra,
ai Cartolari, dai quali nel 1665 la acquistò messer Domenico
Betteloni, la cui nobile famiglia aveva, fin dal secolo XV,
case e terreni nella vicinissima contrada di Cengia. |
| Per oltre un secolo è
da credere che alla vecchia casa non siano stati apportati mutamenti
di rilievo. Nel 1780 però il notaio Domenico Betteloni
vi aggiungeva un'ala nuova verso occidente, innalzando una seconda
colombaia - quella tuttora esistente - e chiamando il pittore
Marco Marcola a decorare l'interno con graziosissimi fregi e
figure che ancora s'ammirano in una delle stanze terrene. |
Sembra che in quest'occasione
- forse per far posto all'ala nuova della casa - si sia dovuto
demolire l'antico sacello di San Giusto, che si trova nominato
in documenti anteriori al Mille e che, come afferma in una sua
lettera Gregorio Guarini, figlio dell'umanista, sorgeva nelle
immediate vicinanze, verso settentrione. A sostituirlo, si creò
un oratorio privato nella villa; ma anche questo scomparve in
seguito ai. lavori eseguiti intorno al 1870 da Vittorio Betteloni,
il quale demolì l'alte mura che chiudevano il cortile,
cingendolo di grandi siepi di carpino, mutò la facciata
della casa primitiva sacrificando, perchè cadenti, il
portico e la loggia, costrui una cedraia attigua alle stanze
di abitazione e queste completamente rinnovò. In tempi
a noi più prossimi, i figli del poeta abbellirono ancora
la secolare dimora: l'ala orientate, la più antica, ebbe
un nuovo volto architettonico su disegno di Ettore Fagiuoli;
di fronte fu ricomposta un'elegante loggia, utilizzando le colonne
in marmo rosso di quella originaria, e fu ricavata una cappella,
in ricordo del sacello di San Giusto, collocando in essa un
altare proveniente dalla chiesa parrocchiale di Castelrotto,
dove i Betteloni l'avevano eretto net 1695 in sostituzione d'uno
più antico, risalente al '400. Infine, su disegno di
Guglielmo Guglielmi, davanti e intorno alla villa fu creato
un bel giardino all'italiana, con siepi sempreverdi,viali e
fontane, e furon piantati molti cipressi che, già alti,
nereggiano verso l'azzurrità del cielo portando nuovo
contributo di bellezza ad un sito già tanto incantevole
e splendido.
Con i Betteloni rifiorisce a Castelrotto la tradizione poetica
che il Guarino aveva iniziata. Un medico, Stefano, pubblica
nel 1770 a Verona un libretto, I pregiudizi della villa, nella
prefazione del quale leva un inno alla dea Verità. Ma
voci ben più alte e armoniose si alzeranno, nel secolo
successivo, dall'aprico colle della Valpolicella: quelle di
Cesare e di Vittorio Betteloni, che fecero della villa di Castelrotto
il centro del loro mondo poetico, e il figlio più ancora
del padre. I canoni della poetica tradizionale non permettevano
infatti a Cesare di fare oggetto di poesia le semplici faccende,
le preoccupazioni, le speranze, le soddisfazioni materiali della
vita campestre d'ogni giorno; e i tempi non erano più
propizi per il poema didascalico al modo dello Spolverini e
del Lorenzi. D'altra parte le preferenze del poeta romantico
andavano, piuttosto che alla Valpolicella, a quel lago di Garda
ch'egli cantò in un poemetto giovanile e sulle cui sponde,
a Bardolino, possedeva un'altra casa, dov'egli più a
lungo dimorò e dove chiuse, nel settembre 1858, i tormentati
suoi giorni. Non per questo l'avita dimora di Castelrotto era
meno cara a Cesare Betteloni, che vi soggiornò per lunghi
periodi, sia in gioventù che negli anni maturi. Di essa
canta, tra l'altro, nella poesia giovanile La solitudine: |
O
rustica de' miei casa ospitale,
ti schiudi al giorno e l'intime pareti
delle stanze obliate e delle scale
inondi il sole e de' suoi rai le allieti:
la vivente dell'uom voce che sale
dall'oziose volte, eco, ripeti,
avvezza alle scroscianti acque, o del vento
al rauco nella notte alto lamento.
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E più oltre:
Il tetto mio, tra il verde che l'investe,
nido non par che in mezzo ai rami stia?
0 piante, che le braccia mi stendeste
quando vispo fanciullo io vi salia,
consentite tra il folto ora di queste
ombre adulte ai bramosi occhi la via,
sicchè da lungi la città rimiri
che asconde il più gentil de' miei sospiri.
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Possiamo anzi annoverare
tra i giorni meno tristi per Cesare, quelli ch'egli trascorse
a Castelrotto insieme aI figlioletto Vittorio, che da Iui avendo
ereditato I'estro poetico qui, appena decenne, diede i primi
timidi saggi.
Questi faranno sorridere il padre che, scopertili, dirà
un giorno, durante una gita in carrozza per i colli della Valpolicella,
allo smarrito fanciullo: "Ho visto dei tuoi versi. Brighella
li farebbe migliori". Ma dopo otto anni, ben diverso giudizio
darà Aleardo Aleardi d'altri versi di Vittorio Betteloni,
ormai diciottenne, tanto da scriverne a Cesare: "Salutami
il bravo Vittorio. Ho letto alcuni versi di lui che mi sono
piaciuti: questo toso batterà una bella via: e tu ne
avrai consolazione e nobile orgoglio: ne sono certo".
La fraterna amicizia dell'Aleardi ~ cui morendo affiderà
il figliolo ~ fu un altro motivo di conforto per Cesare Betteloni,
che a Castelrotto riceveva, nell'autunno, frequentissime visite
dell'autore delle Lettere a Maria. Anche l'Aleardi soleva villeggiare
in Valpolicella, in una modestissima casetta posta sulla collina
di Sant'Ambrogio, tra viti ed olivi, dov'egli si ritirava sperando
invano sottrarsi allo sguardo inquisitore della sbirraglia austriaca
e dove compose parecchi dei suoi canti migliori, ispirati anche
alla diletta Valpolicella. Breve è la distanza che separa
Sant'Ambrogio da Castelrotto, ed è certo che l'Aleardi
fu ospite più assiduo e più gradito di Cesare
Betteloni, il solo forse a conoscerne l'intimo dramma, ad essere
partecipe della sua immensa sofferenza.
Come poeta, Cesare Betteloni è oggi quasi dimenticato.
Ma è un oblio ingiusto, al quale il tempo e la critica
finiranno un giorno per porre il dovuto rimedio, E’ già
sintomatico il fatto che alcune poesie politiche del '48, in
parte tuttora inedite, sieno state in questi ultimi anni rivalutate
ed apprezzate. Aveva dunque visto giusto Isidoro Del Lungo il
quale, scrivendo nel 1903 a Vittorio Betteloni, che gli aveva
mandato le poesie paterne, così si esprimeva:
"Ho come quei versi meriterebbero d'essere più conosciuti!
Alcuni, anzi molti, dei sonetti sono certamente dei più
belli che abbia la nostra letteratura; e i pensieri, che vi
si consertano, del dolore, della morte desiderata, del giudizio
invocato e sperato mite da Dio, formano un complesso di tragico
effetto... IL suo povero babbo univa qualità di classicismo
non scolastico e di romanticismo non pedestre. Maggiore, a mio
avviso, in lui che nel concittadino Aleardi la virtù
formale dello stile: la più larga fama dell'altro è
inerente a qualità più speciose che sostanziali".
Non furono altrettanto stretti i rapporti dell'Aleardi con Vittorio
Betteloni, a motivo dell'indirizzo letterario da questi impresso
alla sua poesia, ben diverso, anzi opposto a quello cbe il vecchio
poeta romantico avrebbe sperato e voluto. Comunque, anche imbronciato,
l'Aleardi non dimenticherà la missione aflidatagli dal
suo dilettissimo amico; e Sarà lui, ormai prossimo alla
fine, a fare accettare a Vittorio la cattedra di lettere italiane
nel Reale Collegio degli Angeli di Verona. Siamo net 1877. Riformata
e rinnovata la villa di Castelrotto, il Betteloni già
dal settembre del '72 vi aveva portato la sua dolcissima sposa,
quella Silvia Rensi che gli fu prima soave ispiratrice e poi
compagna devotissima,e che per oltre sessanta anni irradiò
di luce purissima la domestica vita, sia nella casa di città
che nella villa di Castelrotto, dov'ella - come già Vittorio
net 1910 - si spense nell'agosto 1934.
Al poeta verista non sarà vietato, come al padre romantico,
di far materia di canto la vita campestre nei suoi aspetti più
semplici e modesti, nè di esaltare con schietta semplicità
e sincerità le pure gioie della famiglia. Lo stesso rito
d'amore, che accompagna la prima sera del suo matrimonio nella
profumata silente pace di Castelrotto, Vittorio Betteloni fa
oggetto di poesia: e tra i più belli del peometto Piccolo
mondo sono proprio i versi ispirati a quel ricordo, realistici
si, specialmente nella chiusa, ma dove la profondità
del sentimento e la perfetta rispondenza tra l'uomo, le cose
e la natura creano l'atmosfera vibrante della vera poesia. Più
tardi, con l'altro poemetto intitolato appunto La villa, il
Betteloni farà una colorita e breve storia della sua
casa; storia che nel frattempo si era arricchita di un altro
importante capitolo per le visite ed i soggiorni di Giosuè
Carducci: |
E un giorno,
fausto giorno ch'io mai non scorderò,
il grande e buon Carducci a far soggiorno
nell'antica mia casa ecco arrivò. |
IL
Betteloni nutriva una profonda devozione per il Carducci, che
giudicava il più grande poeta dei suoi tempi, perchè
in forma classica e ad'un tempo nuova giungeva alla lirica della
perenne nostra umanità. In questi versi, e in quelli
che seguono, traboccanti di sincero sentimento e sgorgati dal
cuore di quello che Carlo Caleaterra definì "poeta
in lingua parlata", egli rievoca con orgoglio uno degli
episodi salienti nella secolare vicenda dell'avita dimora.
Nel decennio che corre dal 1875 al 1885, Giosuè Carducci
ebbe motivo di fare visite frequenti a Verona. La prima volta
vi capitò il 27 settembre 1875 e vi si fermò dodici
giorni. Egli era già celebre, ed ebbe accoglienze calorose
da parte degli intellettuali veronesi, che gli si strinsero
intorno con unanime simpatia, senza distinzione di partito.
Si diceva che egli fosse venuto per raccogliere notizie su Garibaldi,
per una biografia dell'Eroe commessagli da Zanichelli; diceria
originata dal fatto che il Carducci frequentava assiduamente
un colonnello di fanteria, il rodigino Domenico Piva, che fin
dal tempo della difesa di Roma era stato volontario garibaldino.
Ma questo colonnello era pure il marito di una colta e bellissima
donna, quella Carolina Cristofori che il Carducci amò
ardentemente e cantò nelle Primavere Elleniche e, classicamente
ribattezzandola in Lidia, anche in alcune odi barbare: la Lina
oggi ormai famosa.
Tra le amicizie che il poeta toscano contrasse in quell'occasione
a Verona, la più salda e più feconda fu quella
per Vittorio Betteloni. Questi, fin dal 1869, aveva pubblicato
con In primavera il primo volume di versi innovatori, suscitando
le ire e il risentimento dell'Aleardi. Ciò non toglie
che, morendo quest'ultimo nel 1878, toccasse al Betteloni l'eredità
del primato nella sempre prospera e popolosa repubblica della
poesia e delle lettere veronesi; e quando, due anni dopo, uscirà
il volume dei Nuovi versi, esso potrà fregiarsi, come
prefazione, di uno scritto di Giosuè Carducci precedentemente
pubblicato nel Fanfulla della Domenica, e che sarà il
primo e più ambito riconoscimento del valore poetico
di Vittorio Betteloni.
Più che naturale che tanta amicizia e simpatia traessero
il Carducci neIla vitifera Valpolicella, alla villa già
consacrata da altre memorie poetiche. Quand'egli salì
per la prima volta il poggio di Castelrotto, molte cose già
erano scomparse, non certo quell'atmosfera del passato che ancora
oggi si respira nelle stanze terrene, dove, tra le pareti graziosamente
decorate a fresco, tra mobili quadri e libri, presso le finestre
aperte verso la feconda piana e i colli d'Arbizzano e di Pedemonte,
Vittorio ricevette il suo grande ospite come il padre aveva
accolto il suo caro Aleardi e, più di quattro secoli
prima, il Guarino s'era intrattenuto col suo amico e discepolo
Bartolomeo Brenzone. Quanto sarebbe bello ed interessante se
questi muri potessero parlare e ripeterci i discorsi che tennero
gli umanisti del Quattrocento e i poeti dell'Ottocento!
Le visite del Carducci a Castelrotto di solito non erano lunghe.
Lasciava Verona al mattino con un calesse e vi rientrava la
sera. Ma nel settembre del 1879 il poeta si trattenne per alcuni
giorni, con gioia somma del Betteloni che lo accompagnò
in giro per la Valpolicella, certo mostrandogli a Gargagnago
l'antica dimora degli Alighieri, dove la tradizione vuole che
lo stesso Dante abbia abitato e composto alcuni canti del divino
Poema, e a Fumane la stupenda villa dei Della Torre celebrata
da Veronica Franco e, su in alto, a Mazzurega, la casa di Bartolomeo
Lorenzi, e a Novare l'altra fastosa villa di Elisabetta Mosconi,
cara alla patetica musa di Ippolito Pindemonte. Un giorno salirono
a San Giorgio, ch'è il paese più pittoresco della
valle, annidato intorno alla sua pieve romanica, il paese che
conserva copiose memorie romane e longobarde, che ha le più
ricche cave di marmo e dalle sue magre terre dà un vino
prelibato. Volle il Carducci assaggiarne ed entrato in un'osteria
ne ordinò una bottiglia, raccomandando però che
non fosse dolce. Al che l'ostessa rispose: "Ne porterò
di molto buono, con una venèta sconta"; cioè
con una vena nascosta. Felicissima espressione dialettale che
parve al Carducci molto efficace.
L'amicizia tra Vittorio Betteloni e Giosuè Carducci,
consacrata in un copioso carteggio che Gioachino Brognoligo
ha raccolto in un volume stampato nel 1938, si è protratta.sempre
cordiale e sincera fine alla morte del maremmano, che precedette
di soli tre anni quella del veronese.
Quando, nel 1940, ricorse il primo centenario della nascita
del Betteloni, una lapide fu posta sulla casa da lui abitata
in Verona e nella quale era nato. Ma la fonte della sua ispirazione,
il fulcro del sue mondo poetico, resta la villa di Castelrotto,
dove il suo spirito mite, sereno e nobile aleggia dagli intatti
scaffali dei libri prediletti, come nella voce degli alberi
stormenti nella rigogliosa campagna e nel profumo di fiori ch'entra
dalle finestre aperte sul rinnovato giardino.
Giuseppe Silvestri
“La Villa dei Poeti” 1943
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Per
informazioni, prenotazioni degli appartamenti o acquisti
di vino: |
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Informationen, Wohnungs Anmeldungen oder Wein Aufträge: |
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informations, apartments booking or wine orders: |
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| Vittorio Betteloni -
Via Betteloni 3/7 - 37020 - Corrubbio
di Negarine - San Pietro in Cariano (VR) - Italy |
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