Tra i villaggi della feconda e ridente Valpolicella, quello di Castelrotto è, oggi, uno dei più umili, pur restando per la sua favorevole posizione uno dei più ameni, situato com'è al vertice d'un poggio che s'alza isolato allo sbocco delle vallate di Marano e di Fumane, declinando con lieve pendio verso la pianura che l'Adige bagna col suo corso sinuoso prima di toccare le rosse mura di Verona romana, scaligera e veneta.


Ma l'umiltà odierna non deve trarre in inganno: tra i centri della Valpolicella, Castelrotto è uno dei più antichi e storicamente più importanti. Il castello è scomparso; ma la cinta che ne rimane, nel punto più alto del colle, è insieme una corona di nobiltà e una testimonianza della funzione militare che s'è esercitata, fin dai tempo romani e per tutto il Medioevo, in tutte le guerre, e furon molte, combattute intorno a Verona. Ma quando alle minacce delle invasioni barbariche, alle lotte di Comune e di Signoria, subentrò il saggio e tranquillo governo della Serenissima Repubblica di Venezia, anche sul colle di Castelrotto cominciarono a spirare aure più propizie e più benigne. Perchè l'avvento della Serenissima, recando la pacificazione degli animi e quindi la sicurezza nelle campagne, coincide con l'inizio della villeggiatura, la quale prenderà in Valpolicella, terra fertile e bella ed assai prossima alla città, un grande sviluppo. Ed è proprio a Castelrotto, per merito di un umanista insigne, il dottissimo maestro Guarino, che noi ne troviamo il primo esempio. Siamo nel 1419, anno di peste. Chi può, abbandona la città e si rifugia in campagna. Ma è da credere che non molti abbiano avuto questa possibilità, chè ville ancora non c'erano, o ben poche. IL Guarino fu fortunato, chè proprio l'anno prima la moglie Taddea Cendrata gli aveva portato in dote una bella e comoda casa, con un podere, posta a Castelrotto, nella contrada di San Giusto, in posizione stupenda per godere un vastissimo panorama che andava dalle torri di Verona alle lontane vette del Baldo, dalle rive dell'Adige ai pianori dei Lessini, che chiudono a settentrione la Valpolicella.

Questa casa esiste sempre, ma è oggi una vasta ed elegante villa consacrata al culto delle memorie poetiche, dopo che Cesare e Vittorio Betteloni - alla cui famiglia appartiene tuttora - l'hanno lungamente abitata ed amorosamente cantata, ospitando altri poeti di maggior grido quali Aleardo Aleardi e Giosuè Carducci.

Della originaria costruzione quasi non v'è più traccia, dopo le trasformazioni e gli ampliamenti compiuti dai Betteloni, specie in questi ultimi due secoli. Ma poiché la storica dimora non ha fatto che guadagnare in comodità ed in bellezza, non si può che farne lode ai proprietari e trarne motivo di consolazione di fronte alla rovina cui, per incuria ed abbandono; vediamo condannate altre e ben più stupende ville della stessa Valpolicella, e proprio quelle dove l'arte del costruire e del decorare; in quell'aureo secolo che fu il Cinquecento, aveva dato i migliori saggi. La casa che Guarino Guarini andò ad abitare nell'estate del 1419 era stata acquistata da suo suocero Nicolò Cendrata nel 1390 dai tutori dei figli minori di Cortesia Serego, lo sventurato capitano scaligero che, battuto dai Padovani nella battaglia delle Brentelle, era morto in prigionia a Monselice. Verso il Serego, che con loro s'era anche imparentato sposando in prime nozze Lucia figlia di Cansignorio, i principi Scaligeri erano stati motto prodighi di donazioni, tanto che tra le case e terre recate in dote da Lucia, o tra quelle regalate a Cortesia da suo cognato Antonio nel 1381-82, può darsi vi fosse anche il podere di Castelrotto, il quale sarebbe così di provenienza scaligera. La casa, costruita intorno alla metà del Trecento, aveva la pittoresca facciata, tipica nelle costruzioni rurali della Valpolicella, col portico nel piano terra e la loggia ad archi al primo piano, con la colombaia sul lato orientate e il pozzo nel mezzo del cortile, ch'era tutto cinto d'alte mura, nelle quali s'aprivano un portone ad arco per l'accesso dalla pubblica strada ed uno che metteva nei campi. Nell'interno la casa - limitata alla sola ala orientate della Villa odierna - aveva nel piano terra, oltre alla cucina ed alla tinaia a volto, anche un tinello o sala, sulle cui pareti si conservano i resti di una decorazione pittorica sicuramente trecentesca, la quale fa supporre che proprio in questo locale il Guarino - secondo ciò che narra nelle sue epistole - ricevesse i suoi amici umanisti trattenendoli in dotti conversari. Al primo piano, dietro la loggia, ci dovevano essere due stanze da letto ed una vasta sala a levante, verso la valle, sempre secondo le descrizioni lasciateci dal Guarino e da suo figlio Gregorio.

La dimora in sè era dunque comoda, ma modesta; nè a quei tempi s'avevano del resto grandi pretese. Il Guarino stesso, che in un primo tempo sembra un po' contrariato per il distacco dalla città, si mostra in seguito assai soddisfatto del tranquillo soggiorno, tanto che scrivendo a Bartolomeo Pellegrini così si esprime: "Questa piccola abitazione appartata e nascosta aiuta non so come la forza del pensare, dell'inventare, dello scrivere e spontaneamente invita agli studi nostri; credo che quando si offre agli occhi l'amenità dei campi, il verde dei prati, la bellezza dei colli, l'animo sia eccitato a farsi pari e simile a queste cose che vede e ama, a immaginare e comporre qualche cosa di ameno, di forte, di bello". Ed in un'altra lettera, di poco posteriore, parlando della casa, il Guarino ne fa questa descrizione, alquanto letteraria ma in sostanza esatta: "E collocata (la casa) sopra un poggio visibile all'intorno, non così basso da essere sprofondato nella valle, non così alto da affaticare chi ci sale; esso tanto è adorno di oliveti e vigneti da credere che la natura stessa con tutta la cura e con raffinata diligenza abbia voluto vestirlo ed abbellirlo. Che dirò dell'amenissima vista intorno e davanti ad esso ? Da tre parti, vale a dire da oriente, da settentrione e da occidente i saluberrimi colli, il giocondissimo aspetto dei campi e il perenne verde chiamano gli occhi e Li tengono fermi a vedere; a mezzogiorno si stendono l'onda lietissima della campagna e una più aperta pianura; non volle, credo, la natura, sottilissima autrice delle cose e maestra diligentissima del paesaggio, che gli occhi si sdegnassero se, a causa di quei colli quasi assegnato limite, non potessero liberamente spaziare. Quando ti prende sazietà di vedere campi, e quello cbe direi spettacolo terrestre, ti si presenta quell'Adige puro e spiccante tra le verdeggianti vie, il quale scorrendo attraverso densi boschetti e quasi lambendoli aumenta in modo meraviglioso la voluttà del mirare or quà or là. Chè se mai ci prende fastidio delle cose agresti, poichè l'indole degli uomini è tale da cercare mutamento in mezzo alle delicatezze, alza il capo la nostra madre e vera regina, Verona, cinta di turrite mura, quasi corona, non solo per sicurezza ma anche per dignità".

Questo senso vivo della natura, questa intima gioia per la bellezza del paesaggio, questo amore per la vita di campagna, intesa non come solitudine ed isolamento al modo del Petrarca, ma come sereno "otium" nutrito di studi e di antiche reminiscenze, s'aprono nel cuore di uno tra i più grandi umanisti fin dai primi anni del Quattrocento e su le amene colline della Valpolicella, anticipando di un secolo e mezzo quel criterio che sarà di guida al sommo Palladio quando, nel costruire le sue fastose ville, e prima di tutte la celeberrima Rotonda, tenne nel massimo conto l'apporto alla loro bellezza recato dalla posizione dominante e dalle diverse scene, o di monte o di piano o di selva o di città, che dalle ville stesse era dato di ammirare. Al Guarino, poeta, i panorami incantevoli che godeva dal poggio di Castelrotto piacevano immensamente; ma egli loda anche il clima temperato e la fecondità della terra che gli regala frutta di ogni specie, tra cui certi prelibatissimi fichi che si compiace d'inviare in dono ad un amico con queste parole, vero inno alla gioie della campagna: "Incredibile è la soavità dei campi e la benignità degli alberi, i quali sempre mi largiscono qualche cosa, quasi un tributo, e mi adescano e mi trattengono qui con i loro doni". Parole le quali, insieme alle precedenti, ci spiegano le ragioni per cui fin dall'inizio del Rinascimento la Valpolicella è diventata la classica plaga della villeggiatura veronese: splendore di paesaggio, dolcezza di clima, fertilità di suolo e vicinanza alla città. Il Guarino finisce così per affezionarsi alla sua casetta di campagna, per recarvisi più volte l'anno e per trattenervisi il più a lungo possibile, invitando i suoi diletti amici a conversare di retorica e portandovi, in tempi di pestilenza, anche i suoi discepoli. Ma, chiamato nel 1439 alla Corte di Ferrara, a Castelrotto egli non potrà fare in seguito che qualche raro e fugace ritorno. La villa tuttavia rimase per lungo tempo alla sua famiglia, di cui l'ultimo possessore fu probabilmente il cavalier Battista Guarini, autore del Pastor Fido. Questi la cedette, sembra, ai Cartolari, dai quali nel 1665 la acquistò messer Domenico Betteloni, la cui nobile famiglia aveva, fin dal secolo XV, case e terreni nella vicinissima contrada di Cengia.

Per oltre un secolo è da credere che alla vecchia casa non siano stati apportati mutamenti di rilievo. Nel 1780 però il notaio Domenico Betteloni vi aggiungeva un'ala nuova verso occidente, innalzando una seconda colombaia - quella tuttora esistente - e chiamando il pittore Marco Marcola a decorare l'interno con graziosissimi fregi e figure che ancora s'ammirano in una delle stanze terrene.

Sembra che in quest'occasione - forse per far posto all'ala nuova della casa - si sia dovuto demolire l'antico sacello di San Giusto, che si trova nominato in documenti anteriori al Mille e che, come afferma in una sua lettera Gregorio Guarini, figlio dell'umanista, sorgeva nelle immediate vicinanze, verso settentrione. A sostituirlo, si creò un oratorio privato nella villa; ma anche questo scomparve in seguito ai. lavori eseguiti intorno al 1870 da Vittorio Betteloni, il quale demolì l'alte mura che chiudevano il cortile, cingendolo di grandi siepi di carpino, mutò la facciata della casa primitiva sacrificando, perchè cadenti, il portico e la loggia, costrui una cedraia attigua alle stanze di abitazione e queste completamente rinnovò. In tempi a noi più prossimi, i figli del poeta abbellirono ancora la secolare dimora: l'ala orientate, la più antica, ebbe un nuovo volto architettonico su disegno di Ettore Fagiuoli; di fronte fu ricomposta un'elegante loggia, utilizzando le colonne in marmo rosso di quella originaria, e fu ricavata una cappella, in ricordo del sacello di San Giusto, collocando in essa un altare proveniente dalla chiesa parrocchiale di Castelrotto, dove i Betteloni l'avevano eretto net 1695 in sostituzione d'uno più antico, risalente al '400. Infine, su disegno di Guglielmo Guglielmi, davanti e intorno alla villa fu creato un bel giardino all'italiana, con siepi sempreverdi,viali e fontane, e furon piantati molti cipressi che, già alti, nereggiano verso l'azzurrità del cielo portando nuovo contributo di bellezza ad un sito già tanto incantevole e splendido.
Con i Betteloni rifiorisce a Castelrotto la tradizione poetica che il Guarino aveva iniziata. Un medico, Stefano, pubblica nel 1770 a Verona un libretto, I pregiudizi della villa, nella prefazione del quale leva un inno alla dea Verità. Ma voci ben più alte e armoniose si alzeranno, nel secolo successivo, dall'aprico colle della Valpolicella: quelle di Cesare e di Vittorio Betteloni, che fecero della villa di Castelrotto il centro del loro mondo poetico, e il figlio più ancora del padre. I canoni della poetica tradizionale non permettevano infatti a Cesare di fare oggetto di poesia le semplici faccende, le preoccupazioni, le speranze, le soddisfazioni materiali della vita campestre d'ogni giorno; e i tempi non erano più propizi per il poema didascalico al modo dello Spolverini e del Lorenzi. D'altra parte le preferenze del poeta romantico andavano, piuttosto che alla Valpolicella, a quel lago di Garda ch'egli cantò in un poemetto giovanile e sulle cui sponde, a Bardolino, possedeva un'altra casa, dov'egli più a lungo dimorò e dove chiuse, nel settembre 1858, i tormentati suoi giorni. Non per questo l'avita dimora di Castelrotto era meno cara a Cesare Betteloni, che vi soggiornò per lunghi periodi, sia in gioventù che negli anni maturi. Di essa canta, tra l'altro, nella poesia giovanile La solitudine:

O rustica de' miei casa ospitale,
ti schiudi al giorno e l'intime pareti
delle stanze obliate e delle scale
inondi il sole e de' suoi rai le allieti:
la vivente dell'uom voce che sale
dall'oziose volte, eco, ripeti,
avvezza alle scroscianti acque, o del vento
al rauco nella notte alto lamento.


E più oltre:

Il tetto mio, tra il verde che l'investe,
nido non par che in mezzo ai rami stia?
0 piante, che le braccia mi stendeste
quando vispo fanciullo io vi salia,
consentite tra il folto ora di queste
ombre adulte ai bramosi occhi la via,
sicchè da lungi la città rimiri
che asconde il più gentil de' miei sospiri.


Possiamo anzi annoverare tra i giorni meno tristi per Cesare, quelli ch'egli trascorse a Castelrotto insieme aI figlioletto Vittorio, che da Iui avendo ereditato I'estro poetico qui, appena decenne, diede i primi timidi saggi.
Questi faranno sorridere il padre che, scopertili, dirà un giorno, durante una gita in carrozza per i colli della Valpolicella, allo smarrito fanciullo: "Ho visto dei tuoi versi. Brighella li farebbe migliori". Ma dopo otto anni, ben diverso giudizio darà Aleardo Aleardi d'altri versi di Vittorio Betteloni, ormai diciottenne, tanto da scriverne a Cesare: "Salutami il bravo Vittorio. Ho letto alcuni versi di lui che mi sono piaciuti: questo toso batterà una bella via: e tu ne avrai consolazione e nobile orgoglio: ne sono certo".
La fraterna amicizia dell'Aleardi ~ cui morendo affiderà il figliolo ~ fu un altro motivo di conforto per Cesare Betteloni, che a Castelrotto riceveva, nell'autunno, frequentissime visite dell'autore delle Lettere a Maria. Anche l'Aleardi soleva villeggiare in Valpolicella, in una modestissima casetta posta sulla collina di Sant'Ambrogio, tra viti ed olivi, dov'egli si ritirava sperando invano sottrarsi allo sguardo inquisitore della sbirraglia austriaca e dove compose parecchi dei suoi canti migliori, ispirati anche alla diletta Valpolicella. Breve è la distanza che separa Sant'Ambrogio da Castelrotto, ed è certo che l'Aleardi fu ospite più assiduo e più gradito di Cesare Betteloni, il solo forse a conoscerne l'intimo dramma, ad essere partecipe della sua immensa sofferenza.
Come poeta, Cesare Betteloni è oggi quasi dimenticato.
Ma è un oblio ingiusto, al quale il tempo e la critica finiranno un giorno per porre il dovuto rimedio, E’ già sintomatico il fatto che alcune poesie politiche del '48, in parte tuttora inedite, sieno state in questi ultimi anni rivalutate ed apprezzate. Aveva dunque visto giusto Isidoro Del Lungo il quale, scrivendo nel 1903 a Vittorio Betteloni, che gli aveva mandato le poesie paterne, così si esprimeva:
"Ho come quei versi meriterebbero d'essere più conosciuti! Alcuni, anzi molti, dei sonetti sono certamente dei più belli che abbia la nostra letteratura; e i pensieri, che vi si consertano, del dolore, della morte desiderata, del giudizio invocato e sperato mite da Dio, formano un complesso di tragico effetto... Il suo povero babbo univa qualità di classicismo non scolastico e di romanticismo non pedestre. Maggiore, a mio avviso, in lui che nel concittadino Aleardi la virtù formale dello stile: la più larga fama dell'altro è inerente a qualità più speciose che sostanziali".
Non furono altrettanto stretti i rapporti dell'Aleardi con Vittorio Betteloni, a motivo dell'indirizzo letterario da questi impresso alla sua poesia, ben diverso, anzi opposto a quello cbe il vecchio poeta romantico avrebbe sperato e voluto. Comunque, anche imbronciato, l'Aleardi non dimenticherà la missione aflidatagli dal suo dilettissimo amico; e Sarà lui, ormai prossimo alla fine, a fare accettare a Vittorio la cattedra di lettere italiane nel Reale Collegio degli Angeli di Verona. Siamo net 1877. Riformata e rinnovata la villa di Castelrotto, il Betteloni già dal settembre del '72 vi aveva portato la sua dolcissima sposa, quella Silvia Rensi che gli fu prima soave ispiratrice e poi compagna devotissima,e che per oltre sessanta anni irradiò di luce purissima la domestica vita, sia nella casa di città che nella villa di Castelrotto, dov'ella - come già Vittorio net 1910 - si spense nell'agosto 1934.
Al poeta verista non sarà vietato, come al padre romantico, di far materia di canto la vita campestre nei suoi aspetti più semplici e modesti, nè di esaltare con schietta semplicità e sincerità le pure gioie della famiglia. Lo stesso rito d'amore, che accompagna la prima sera del suo matrimonio nella profumata silente pace di Castelrotto, Vittorio Betteloni fa oggetto di poesia: e tra i più belli del peometto Piccolo mondo sono proprio i versi ispirati a quel ricordo, realistici si, specialmente nella chiusa, ma dove la profondità del sentimento e la perfetta rispondenza tra l'uomo, le cose e la natura creano l'atmosfera vibrante della vera poesia. Più tardi, con l'altro poemetto intitolato appunto La villa, il Betteloni farà una colorita e breve storia della sua casa; storia che nel frattempo si era arricchita di un altro importante capitolo per le visite ed i soggiorni di Giosuè Carducci:

E un giorno,
fausto giorno ch'io mai non scorderò,
il grande e buon Carducci a far soggiorno
nell'antica mia casa ecco arrivò.


IL Betteloni nutriva una profonda devozione per il Carducci, che giudicava il più grande poeta dei suoi tempi, perchè in forma classica e ad'un tempo nuova giungeva alla lirica della perenne nostra umanità. In questi versi, e in quelli che seguono, traboccanti di sincero sentimento e sgorgati dal cuore di quello che Carlo Caleaterra definì "poeta in lingua parlata", egli rievoca con orgoglio uno degli episodi salienti nella secolare vicenda dell'avita dimora.
Nel decennio che corre dal 1875 al 1885, Giosuè Carducci ebbe motivo di fare visite frequenti a Verona. La prima volta vi capitò il 27 settembre 1875 e vi si fermò dodici giorni. Egli era già celebre, ed ebbe accoglienze calorose da parte degli intellettuali veronesi, che gli si strinsero intorno con unanime simpatia, senza distinzione di partito. Si diceva che egli fosse venuto per raccogliere notizie su Garibaldi, per una biografia dell'Eroe commessagli da Zanichelli; diceria originata dal fatto che il Carducci frequentava assiduamente un colonnello di fanteria, il rodigino Domenico Piva, che fin dal tempo della difesa di Roma era stato volontario garibaldino. Ma questo colonnello era pure il marito di una colta e bellissima donna, quella Carolina Cristofori che il Carducci amò ardentemente e cantò nelle Primavere Elleniche e, classicamente ribattezzandola in Lidia, anche in alcune odi barbare: la Lina oggi ormai famosa.
Tra le amicizie che il poeta toscano contrasse in quell'occasione a Verona, la più salda e più feconda fu quella per Vittorio Betteloni. Questi, fin dal 1869, aveva pubblicato con In primavera il primo volume di versi innovatori, suscitando le ire e il risentimento dell'Aleardi. Ciò non toglie che, morendo quest'ultimo nel 1878, toccasse al Betteloni l'eredità del primato nella sempre prospera e popolosa repubblica della poesia e delle lettere veronesi; e quando, due anni dopo, uscirà il volume dei Nuovi versi, esso potrà fregiarsi, come prefazione, di uno scritto di Giosuè Carducci precedentemente pubblicato nel Fanfulla della Domenica, e che sarà il primo e più ambito riconoscimento del valore poetico di Vittorio Betteloni.
Più che naturale che tanta amicizia e simpatia traessero il Carducci neIla vitifera Valpolicella, alla villa già consacrata da altre memorie poetiche. Quand'egli salì per la prima volta il poggio di Castelrotto, molte cose già erano scomparse, non certo quell'atmosfera del passato che ancora oggi si respira nelle stanze terrene, dove, tra le pareti graziosamente decorate a fresco, tra mobili quadri e libri, presso le finestre aperte verso la feconda piana e i colli d'Arbizzano e di Pedemonte, Vittorio ricevette il suo grande ospite come il padre aveva accolto il suo caro Aleardi e, più di quattro secoli prima, il Guarino s'era intrattenuto col suo amico e discepolo Bartolomeo Brenzone. Quanto sarebbe bello ed interessante se questi muri potessero parlare e ripeterci i discorsi che tennero gli umanisti del Quattrocento e i poeti dell'Ottocento!

Le visite del Carducci a Castelrotto di solito non erano lunghe. Lasciava Verona al mattino con un calesse e vi rientrava la sera. Ma nel settembre del 1879 il poeta si trattenne per alcuni giorni, con gioia somma del Betteloni che lo accompagnò in giro per la Valpolicella, certo mostrandogli a Gargagnago l'antica dimora degli Alighieri, dove la tradizione vuole che lo stesso Dante abbia abitato e composto alcuni canti del divino Poema, e a Fumane la stupenda villa dei Della Torre celebrata da Veronica Franco e, su in alto, a Mazzurega, la casa di Bartolomeo Lorenzi, e a Novare l'altra fastosa villa di Elisabetta Mosconi, cara alla patetica musa di Ippolito Pindemonte. Un giorno salirono a San Giorgio, ch'è il paese più pittoresco della valle, annidato intorno alla sua pieve romanica, il paese che conserva copiose memorie romane e longobarde, che ha le più ricche cave di marmo e dalle sue magre terre dà un vino prelibato. Volle il Carducci assaggiarne ed entrato in un'osteria ne ordinò una bottiglia, raccomandando però che non fosse dolce. Al che l'ostessa rispose: "Ne porterò di molto buono, con una venèta sconta"; cioè con una vena nascosta. Felicissima espressione dialettale che parve al Carducci molto efficace.
L'amicizia tra Vittorio Betteloni e Giosuè Carducci, consacrata in un copioso carteggio che Gioachino Brognoligo ha raccolto in un volume stampato nel 1938, si è protratta sempre cordiale e sincera fine alla morte del maremmano, che precedette di soli tre anni quella del veronese.
Quando, nel 1940, ricorse il primo centenario della nascita del Betteloni, una lapide fu posta sulla casa da lui abitata in Verona e nella quale era nato. Ma la fonte della sua ispirazione, il fulcro del sue mondo poetico, resta la villa di Castelrotto, dove il suo spirito mite, sereno e nobile aleggia dagli intatti scaffali dei libri prediletti, come nella voce degli alberi stormenti nella rigogliosa campagna e nel profumo di fiori ch'entra dalle finestre aperte sul rinnovato giardino.

Giuseppe Silvestri “La Villa dei Poeti” 1943