Poeta del realismo rurale, anticlericale, traduttore, critico teatrale e letterario. Amico del Carducci.

Un bacio non si chiede

Un bacio non si chiede
Ma per forza si prende;
Donna che nol concede,
Tacita ve lo rende:
Pur io da innamorato,
E da fanciul qual ero
Volli il bacio primiero
Che mi fosse accordato.
Difficil cosa molto
Ottener dal modesto
Labbro quel che va tolto,
Come dico, e non chiesto;
Pur mi ci adoperai
Con sì gentil maniera,
Con sì calda preghiera,
Che alfine la spuntai..
S’era nella stagione
Che al dolce amore invita,
Palpita in embrione
La Natura infinita,
E complici parole
L’aura notturna invia,
Serbando la malìa
Del tramontato sole.
Io le sedevo accanto;
Con fervorosa prece,
L’implorai tanto e tanto,
Che buona ella si fece;
Molto arrossendo il dono
Allor mi fu promesso,
In picciolo, sommesso,
Misterioso suono:
Suon come d’ala uscente
Dal già maturo nido,
Come d’onda morente
Sul vagheggiato lido,
Come sottil sospiro
D’aura che move a sera,
Con molle orma leggera,
Per la campagna in giro.
Tosto con brama viva
Lei tra le braccia tolsi,
Lei concedente e schiva,
E il primo bacio io colsi..
Il labbro ella non porse;
Ma per sottrarsi al mio,
Pur con vezzo restio,
Quinci il viso non torse:
Né fur si tosto impresse
Dalla mia bocca ardente,
Che le sue labbra istesse
Mi baciar’ dolcemente:
Ancor me ne rimembra,
Per convulsa dolcezza,
Sotto la mia carezza,
Tremavan le sue membra.
Poscia da me si tolse,
Con dispetto improvviso,
Insieme al suol rivolse
Sdegnosamente il viso,
E da sè malcontenta
Mi respinse lontano,
Con gli atti e con la mano.
Era tutta sgomenta
D’aver così gran cosa
A labbro d’uom concessa,
crucciata e dispettosa
D’aver colto ella stessa
Un piacer singolare,
D’aver sperimentato,
Ch’è pur dolce il peccato
Del lasciarsi baciare.

La Villa

Poema breve

I

Sempre che a questo mite colle io torni,
E di mia vecchia gente a l’umil villa,
Un raggio ancor de’ miei più lieti giorni
Io qui ritrovo, che ne ‘l cor mi brilla.
Stanno validi ancor gli alberi annosi,
A ‘l cui piede io giocai fanciullo un di,
A ‘l cui pie’, non è molto rumorosi
I miei figli giocarono altresì.
E qui taluno antico arredo i cheti
Recessi occupa ancor de la dimora
Antica : e qui si stanno a le pareti
Vetuste appesi tre liuti ancora,
A ‘l cui bel suono , più d’una volta a l’anno,
Dopo le allegre cene, io penso affè,
Che le vezzose mie bisnonne avranno
Spinto in danze leggiadre agile il pie’.
Oh lieti antichi tempi! Allor l’agreste
Vita fu assai miglior ch’oggi non sia:
Ricordo io stesso le gioconde feste
De le vendemmie de l’infanzia mia.
Ma orrendi morbi vennero di poi
Triste la vite ed infeconda a far;
E la gentile inferma pianta a noi
Ora tocca più volte insudiciar
Di strani e sozzi e rei medicamenti.
E quando, se uragan non l’ha distrutto,
Abbiam con grandi spese e grandi stenti,
salvato alfine il prezioso frutto,
Onde nettarei colan quei sì noti
Retici vini, a cui gran fama diè
La stessa Roma, a’ tempi suoi remoti,
E Teodorico, il barbaro gran re,
Voleva a mensa sempre aver dappresso,
Noi non troviam chi faccia pur richiesta
Più di quel vin così famoso istesso,
Che inutilmente a qui invecchiar ci resta.
Or son vent’anni appena ed a Natale
Tutto, fino al bigoncio ultimo, già
Era venduto: ma ventura tale
Non par che in avvenir mai più s’avrà.
I facili trasporti e lo sviato
Commercio ci portaron di lontano,
A ‘l più vil prezzo, il vin più vile e ingrato
E noi speriam vendere il nostro invano.
Meglio che a ‘l buono, a ‘l facile s’arrende
Liquore il volgo, e ingolla il reo velen
E l’esattor le adunche man distende
Frattando ogni due mesi, e a noi convien
Quelle mani colmare, o ch’ei l’avito
Sacro poder ci usurpa : onde a ‘l meschino
Villano ed a ‘l padrone impoverito
Non resta per conforto, che il buon vino
Che niun lor chiede, ber, seduti in faccia,
E insiem lagnarsi, finchè a lungo andar
Lieo, de’ mali assopitor, li faccia
L’uno in braccio de l’altro addormentar.

II

Ma orsù cerchiam miglior soggetto alfine.
Da lunga età, fin da la prima aurora
Fu de ‘l Rinascimento, a le divine
Muse ognor grata assai questa dimora.
In questa casa, che fu sua, riposo
Il gran vecchio Guarin spesso cercò
Da le fatiche de la scuola, e ascoso
Tra queste chete mura agio trovò
A i prediletti studi, infin che poi
Nicolò terzo d’este, ad istruire
Il proprio figlio, a i patrii lidi suoi
Togliendolo, a Ferrara il fe’ venire;
Dove, alfin stabilitosi, vendette
A la vecchia mia gente ogni suo ben;
La casa che quassù già possedette
E il circostante fertile terren.
Così i miei qui successero a ‘l Guarino:
E fur medici, giudici, notai,
Che di lettere umane e di latino
sapevano anch’essi certamente assai,
Da non scemar decoro a questo ameno
De’ sacri antichi studi agreste asil,
Da i quali scese anche a’ miei padri in seno
La virtù de ‘l latino sangue gentil.
Così per quattro secoli. Poi venne
Il padre mio, che solo e sofferente
D’assiduo morbo, alcun sollievo ottenne,
Qui mesto poetando assai sovente:
e i georgici studi a ‘l facil estro
De’ carmi, a proprio svago, ancora unì,
Onde a ‘l colon ne l’opre sue, maestro
Accorto e ricercato ei fu a’ suoi di.
Poi venni io stesso; e qui, ove forse estinto
Non è ogni spirito guarinian, fanciullo
Fra queste mura .ho tanto amore attinto
Io d’Omero d’Orazio e di Catullo,
Che ogn’arte mia da lor deriva. E un giorno,
Fausto giorno ch’io mai non scorderò
Il grande e buon Carducci a far soggiorno
Ne l’antica mia casa, ecco arrivò.
Fra questi poggi ei più d’un dì ristette:
Che se un re di corona anche venuto
Fosse a qui star con me sei giorni o sette,
Ciò molto avrei men grande onor creduto
Di questo ch’Egli a me, per cortesia
Sua somma, volle il caro Uomo far:
Qual maggior lustro a questa casa mia,
Qual potea maggior premio a me sperar?

III

Ma volan ratti gli anni, e ormai son questi,
Lieti ricordi d’altri dì. Su ‘l mio
Capo i dì novi incombono funesti;
Or vecchio diventato, ahimè son io.
Quel che scendea da ‘l lago de ‘l mio core
Di poesia bel rivoletto umil
Esausto è omai d’ogni più dolce umore,
D’ogni umor più giocondo e più gentil.
Star pronti ormai conviene a la partenza.
Io per me pronto sono. Ho già vissuta
La vita mia . Che faccio or qui ? Non senza
Altrui vantaggio ho l’opra mia compiuta.
Dolce per me chiudere gli occhi in questa
Mia vecchia casa, senza reo dolor
Di lungo morbo , e aver con pia modesta
Pompa mortorio qui, non per onor
Di gran corteo, d’alti discorsi insigne.
Questa gente, a la qual fui sempre umano,
Certo parole avrà per me benigne.
Né bramo io più . Dirà di me il villano:
“Se già non fosse che spendea gran parte
De la notte su i libri e il giorno inter,
E usò imbrattar di grullerie le carte,
Un bravo e giusto uomo ei fu davver”.
E le fanciulle pur, ch’io provocai
Con blando scherzo a ‘l ridere giulivo,
E i bimbi, a i quali un soldo ognor donai
Da comperar la chicca a ‘l di festivo,
Il buon vecchio padron ricorderanno,
Né più pretendo, per due giorni o tre,
E forse, chi lo sa? Su ‘l ciglio avranno
Una stilla gentil, pensando a me.

E’ l’ora infatti e a la tua porta io suono

E’ l’ora infatti e a la tua porta io suono
(Or non so come in villa siamo noi),
Precipito a le scale ed ecco poi
Già sulla soglia di tue stanze io sono.
Certo sei sola, in tenero abbandono,
Certo farmi felice alfin tu vuoi…-
Un accidente ! in cambio a’ fianchi tuoi
Il medico e il pievan seduti sono.
Balza tosto al vedermi ognuno in piedi,
E picchiando le palme a dir si mette:
“Ecco il quarto, ecco il quarto, oh ! bene, bene”.
Tu sorridendo il mio corruccio vedi,
mentre ad una partita di tresette
Seder quarto frattanto a me conviene.
Ma fin che il gioco terminato sia
Tiro là con mal garbo e assai distratto,
Sperando pur che sarem soli un tratto,
Poiché alfine quegli altri andranno via.
Quand’ecco il nembo che lontan muggìa
Scoppia improvviso – ognun si leva ratto, -
Sol io sto fermo e tu mi dici in atto
Di tutta gentilezza e cortesia:
“O signor Betteloni, anch’ella presto
S’affretti a casa e pel cammin più corto
Che per via non la colga un tempo tale…”-
Oh ! buon per me che un sogno, un sogno è questo,
Se no a mezzo tresette sarei morto
Molto pria che giungessi al temporale!

Frammento: A se stesso

Ho compiuti settant’anni,
E son qui pien di malanni
Che mi tocca sopportar
Con la gran filosofia
Di chi altro non può far.
Con la gran filosofia
Di chi aspetta d’andar via
Per più indietro non tornar.
Disperarsi è tempo perso,
Di restare non c’è verso:
Devo andare all’ora mia:
Dunque andiamo, e così sia.
Luglio 1910

Poi ti tenevo dietro piano piano

Poi ti tenevo dietro piano piano,
Com’è costume dei novelli amanti,
Pur di scorgerti solo da lontano,
Senza parere all’occhio dei passanti:
E tu con atto cauto e sospettoso,
Per non mostrar che a me ponessi mente,
Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,
Ad or ad or non molto di sovente;
Ma non molto di rado tuttavia
Temendo pur che addietro io fossi troppo,
O non pigliassi a caso un’altra via,
O in qualche amico non facessi intoppo.
Quindi arrivata, ancor sul limitare
Il piede soffermavi un breve istante:
Là t’arrestavi a rapida guardare
S’io pur non ero tuttavia distante;
Poscia,. Fatte le scale in un momento,
Al terrazzo accorrendo t’affacciavi;
Io ti venivo innanzi lento, lento,
Tu col sorriso allor mi salutavi.