Poeta cantore del Lago di Garda, dalla Poesia pregna di malinconia e di fede religiosa alla Poesia satirico-politica. Amico di Aleardo Aleardi, al quale scrive la notte del suo suicidio:

Il ritorno alla campagna in primavera

(Castelrotto 1832)

Amena collinetta, che la prima
Il sol saluta, ed inghirlanda il Maggio,
Salve, o beata; la tua verde cima
Fuma talor d’un povero villaggio.
O d’auree poma, e d’uve dolci opima
Terra, degli avi miei sacro retaggio,
Accogli il tuo signor che nella cara
Pace di questi campi egro ripara.
O rustica de’ miei casa ospitale,
Ti schiudi al giorno; e l’intime pareti
Delle stanze obliate e delle scale
Innondi il sole e de’ suoi rai le allieti:
La vivente dell’uom voce che sale
Dall’oziose volte, eco, ripeti,
Avvezza alle scroscianti acque, o del vento
Al rauco nelle notti alto lamento.
Rondine pellegrina, che il tenace
Nido appendesti e la diletta prole
Sotto i miei tetti, e assidua la loquace
Fame satolli delle aperte gole,
Deh! Non temer che mano empia rapace
Le gioie tue barbaramente invole;
Tu mi sei sacra; oh fossi a me tu vero
Presagio de’ felici anni che spero!
Alla vita, all’amor potentemente
S’allarga il cor da questa piaggia amena,
Che in vista del fiorito anno risente
Degli anni suoi la procellosa piena,
E pei campi dell’aria una lucente
Si crea di larve popolata scena,
Dove vagheggia delirando un bene,
Che il secolo promette e fè non tiene.
Il tetto mio tra il verde che l’investe
Nido non par che in mezzo a’ rami stia?
Oh! Piante, che le braccia mi stendeste
Quando vispo fanciullo io vi salìa,
Consentite tra il folto ora di queste
Ombre adulte ai bramosi occhi la via;
Sì che da lunge la città rimiri
Che asconde il più gentil de’ miei sospiri!
Quando la notte i suoi mille astri avvivi
Per l’azzurra del ciel volta serena,
E dolcemente dal mio sen derivi
Degl’ispirati numeri la vena,
Tra voi verrò mie dolci piante, e quivi
D’amor cantando allevierò la pena,
E lontano da un vil volgo indiscreto
Vi parlerò dell’anima il secreto.
Vi dirò che simile all’azzurrina
Luce del ciel de’ cari occhi è la luce,
Che sembiante in candore alla regina
Degli astri il viso suo splende e seduce:
Parla ? ha il suo labbro un’armonia divina
Che l’ebbrezza d’amor ne’ sensi induce;
Mov’ella il passo e la persona bella?
Sembra che danzi del mattin la stella.
Dove sarai tu allor ? di veglie illustri
Fra ‘l cicalio che i folli animi molce?
O verrà mai, che de’ begli occhi illustri
L’ombra di via notturna, amor mio dolce?
Beato chi t’è al fianco ed i ligustri
Di quelle braccia candide soffolce,
Beato chi nel cor la molle ascolta
Musica de’ tuoi detti a lui rivolta.
Forse indarno, o gentil, tra stuolo e stuolo
In traccia andrai del mio pallido viso;
Me lieto se una lieve ombra di duolo
De’ celesti occhi tuoi turbi il sorriso!
Oh! Se la tua pensosa anima a volo
Salisse de’ miei colli al paradiso,
Ben la correi sul labbro ove di fiori
L’aura d’intorno più soave odori.

Un mazzetto di fiori (1834)

Ad Anna Maffei Nuvoloni

Volumetto gentil che fra l care
Ti poserai sue mani avventurato,
Per me, prego, ti specchia in quelle chiare
Pupille, onde a un sol guardo è il cor beato:
Ne spia gli atti, il sorriso ; e se ti pare
Di giungere alla bella anima grato,
Mentre Ella t’apre, al pie’ caderle ad arte
Fa i baci ch’io nascosi in le tue carte.